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Dove la poesia diventa luogo. Anzi, tempo. Mostra di Marcello Bertini
 Da tempo incamminata verso orizzonti di palpitante lirismo, la pittura di Marcello Bertini mostra oggi, in una suggestiva quanto coerente attualità, alcune intime implicazioni che allargano ed approfondiscono la sua stessa dimensione narrativa. Basterebbero certi scorci dipinti nella luce mattinale di un autunno che rispecchia la malinconia dell’esistenza, per realizzare quale toccante sentimento abbia ispirato ed accompagnato Bertini, in tempi recenti, al cavalletto. Poco importa se tale impegno si è consumato en plein air o nel suo studio: contano, al contrario, i risultati, che assapori sempre più serrati entro un recinto severo.Dopo aver albergato tra Barga e Castelvecchio, nei luoghi che furono del suo Pascoli, ora Bertini raggiunge Fiesole, offrendosi all’incanto che già ebbe ad ammaliare molti illustri viaggiatori. Sul finire dell’Ottocento, Böcklin - solo per citare un luminoso esempio - scelse come sua ultima dimora Villa Bellagio a San Domenico; de Chirico ne raffigurò successivamente, in alcuni fondali, la sagoma metafisica del colle; Xavier e Antonio Bueno vi trascorsero un volontario esilio fino all’ultimo dei loro giorni. Giovane liceale, io stesso, qui, incontrai Primo Conti, e tanti altri indimenticabili ospiti, fra i quali Mario Tobino, che viveva in via Bandini, all’ombra della Vecchia Fiesolana: la strada più bella del mondo.So, dunque, cosa è, cosa può rappresentare Fiesole agli occhi di un uomo e di un pittore sensibile come Bertini. Gli alti cipressi, i ghirigori di strade, i silenziosi giardini nascosti dietro muri sbrecciati, una quiete che circonda in ogni stagione cose e case, che indovini nella gente a spasso intorno al Teatro romano, simbolo di un’eternità sacra e inviolabile… Sensazioni, vive nella memoria e nel cuore, che tornano al cospetto di lavori colmi di stupore, in un viatico abitato da struggenti emozioni, esteso oltre la stessa soglia della pittura.